Tiberini Immortali
Abbiamo scelto tra la fitta schiera degli immortali della “Tiberina” alcune tra le più geniali personalità che vi appartennero dal tempo della fondazione, attraverso i decenni; personaggi senza tempo, in quanto destinati, in ogni caso, all’immortalità per aver conseguito fama e gloria imperiture; molti altri se ne sarebbero peraltro potuti citare, di altissimo merito, che operarono, distinguendosi, nei vari rami dello scibile.
Le biografie qui riportate, desunte, per ciascuno dei nominati, da varie fonti, sono state necessariamente mantenute entro moduli di “ufficialità”.
VINCENZO MONTI, Poeta (Alfonsine, 1754 – Milano, 1828) – Uscito dal Seminario, per merito del Card. Borghese, venne chiamato a Roma (1778) dove rimase fino al 1797: un ventennio che egli mise a profitto lavorando alacremente, ciò che gli consentì di salire rapidamente in fama col divenire il Poeta ufficiale della Corte papale e dell’aristocrazia capitolina, mostrandosi innovatore determinato.
Sposatosi con Teresa Pikler, ebbe da essa una figlia che fu chiamata Costanza e che doveva andare sposa al Conte Giulio Perticari, pesarese. In quel tempo il Monti entrò nell’Arcadia col nome di Antoniade Saturniano e fu ammesso al contempo nell’Accademia Tiberina. Nel 1797 il poeta si trasferì di punto in bianco a Milano, allora compresa nella Repubblica Cisalpina, attrattovi dal nuovo Regime e – fu detto – dalle sfolgoranti
vittorie di Napoleone. La sua improvvisa
partenza da Roma fece pensare addirittura
ad una fuga, e si opinò che egli fosse caduto in sospetto al Governo papale; sta di fatto che fino al 1814 Monti fu il poeta prima della rivoluzione, e poi
dell’Impero; e qui adulazione, interesse
e buona fede si fondono e confondono.
Il Monti, tuttavia, in pieno fervore creativo,
trovò il tempo di tenere per due
anni la Cattedra di Eloquenza all’Università
di Pavia. In quel tempo infatti,
oltre a sostenere il ruolo di Storiografo
del “Regno d’Italia”, riuscì a portare a
termine il suo capolavoro: la traduzione
dell’Iliade.
Caduto il regno italico e scomparso l’astro
napoleonico il Monti non si perse
d’animo e cantò i nuovi venuti, gli Austriaci,
e da ciò, se trasse qualche vantaggio,
non riuscì peraltro ad ingraziarsi
l’animo del loro Imperatore Francesco I.
Gli ultimi suoi anni trascorsero in un’atmosfera triste; ma il geniale seppur non
molto coerente verseggiatore dalla, in
ogni caso, sempre temibile parola, non
mancò di levare i suoi fieri accenti contro
la poetica romantica indotta dalla
Restaurazione, talché non può dirsi che
egli non avesse il coraggio dei propri atteggiamenti,
che nei momenti determinanti della sua esistenza risultarono
assai netti.
Vincenzo Monti, fu, in sostanza, il “poeta
del contingente”, senza dubbio contraddittorio,
ma in ogni caso sempre legato
al volgere degli avvenimenti. Disse
bene di lui il Leopardi, nel riconoscerne,
peraltro, il grandissimo ingegno; e
cioè che egli fu “poeta dell’orecchio e
del’immaginazione; del cuore, in nessun
modo”, mentre, a contr’altare, il
Manzoni sentenziò che la natura aveva
dato al Monti stesso “di Dante il cuore e
del suo Duca il canto”.
Da un punto di vista più propriamente
critico v’è da aggiungere che il Monti fu
non soltanto verseggiatore sommo e poeta
di vaglia, ma che ebbe a dimostrarsi
prosatore spumeggiante e di tutta eleganza
in vari scritti, spaziando da par
suo.
Resta comunque, come si è osservato,
su questo artista grande della parola
l’ombra della mancata coerenza comportamentale,
contro-partita, forse, ad
una natura che, a tutta prima, gli si era
mostrata, più che generosa, addirittura
prodiga di doni.
GIOACCHINO ROSSINI – Compositore (Pesaro, 1792 – Passy, Parigi, 1868). Rossini può essere definito figlio d’arte per antonomasia, in quanto il padre era maestro di tromba e di corno, e la madre, Anna Guidarini, un discreto soprano di secondo ruolo, ma pur sempre artista. Dal padre Gioacchino apprese i segni e il linguaggio della notazione musicale. Seguendo i genitori nel nomadismo artistico per via del loro andare di teatro in teatro, di paese in paese, il bambino, che già mostrava un’accentuata inclinazione artistico-musicale, ebbe una formazione eclettica e movimentata. Iniziò così lo studio delle lettere e della musica dapprima a Bologna; passò quindi a Lugo di Romagna, dove studiò per tre anni col canonico G. Malerbi, e tornò poi a Bologna, dove Angelo Tesei lo addestrò nel solfeggio, nel canto (aveva una bella voce, che si fece poi baritonale) e nel clavicembalo. Il giovanissimo Rossini, che già si distingue, esordisce presto come virtuoso del canto nelle chiese; quale violinista, e “maestro al cembalo” in teatro. Nel 1806 s’iscrive al Liceo musicale e frequenta la scuola di violoncello, poi quella di contrappunto di padre Mattei, e si vede subito che questo giovane versatile è destinato a fare strada. Ed eccolo infatti, a diciotto anni, calcare le scene con una serie incalzante di opere. Stralciamo, dai repertori storico teatrali le più note. Eccole: “La scala di seta”: “Il signor Bruschino”; “Tancredi”; “L’Italiana in Algeri”; “Il turco in Italia”. “Il barbiere di Siviglia” segna l’apogeo dei suoi reiterati trionfi, ma verranno pure “Cenerentola”, “La gazza ladra”; “Semiramide” e altre ancora; nonché numerose cantate e opere sacre. E si susseguono, dopo i soggiorni per la Penisola, quelli di Vienna, Londra e, infine, Parigi, in una sorta di apoteosi, dove il maestro rivede il “Mosè” e l’Assedio di Corinto”. Tra le sue ultime opere teatrali spicca, il “Guglielmo Tell’ che fu acclamatissimo. Poi, a soli 37 anni, la pesante coltre del silenzio, sul quale si fecero (e si fanno) le più disparate congetture. Ma il cigno di Pesaro non chiuse con questo il suo magico libro. Aveva seminato e raccolto onori e ricchezze; era in quegli anni l’uomo più celebre, in assoluto, d’Europa. Volle conoscere – e mosuccessistrò di apprezzare – i talenti dell’epoca che incalzava (e qualcuno di essi “protesse”: Bellini, Mendellsson, Wagner, Berlioz). Le vicende successive della sua vita lo spinsero di nuovo a Parigi, dopo un pacifico soggiorno bolognese; e a Parigi concluse, in un’aura di serenità, la sua esistenza. Musicalmente, con la sua ricchissima strumentazione (era, come s’è visto, buon conoscitore degli strumenti che impiegava) fu innovatore. E per vocalità e melodia, nelle sue opere “pensose” egli anticipò Verdi. Ma l’intuizione musicale rossiniana è contrassegnata dal fuoco del ritmo. Fu, in sostanza, un formidabile improvvisatore che pressoché mai deluse per avere mancato lo scopo. In arte fu senz’altro un genio felice.
MASSIMO D’AZEGLIO (Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio) – statista, letterato e pittore (Torino, 1796 – ivi 1866) Esule con la famiglia a Firenze mentre i Francesi occupavano il Piemonte, trascorse nella città toscana l’infanzia e vi ricevette un’educazione accurata e severa, secondo l’usanza del tempo. Avviato dapprima alla carriera militare, non tardò molto a dimettersi per seguire piuttosto la via del’arte. Si trasferì così a Roma, dove studiò pittura e materie letterarie e prese ad interessarsi di politica; ma, fortemente osservante della legalità, parve non approvare i moti cospiratori che caratterizzavano l’attività di quella temperie politica. Lasciata la pittura, nella quale aveva peraltro dato apprezzabili prove, prese a dedicarsi con fervore alle lettere per incitare all’amor di patria gli italiani. Scrisse così il noto romanzo storico “La disfida di Barletta”, pubblicato nel 1833 a Milano, cui seguì, nel ‘41, il “Niccolò de’ Lapi”, altro romanzo storico. Lasciò invece incompiuto un altro lavoro di questo genere: “La lega lombarda”. Dedicatosi attivamente alla politica, fu autore di pubblicazioni di intonazione polemica, tese ad orientare i connazionali sulla politica da seguire. Allorché la Patria lo chiamò al cimento, l’ex sottotenente accorse alle armi e nel 1848 fu ferito a Monte Berico; ma dopo Novara Vittorio Emanuele II lo volle Presidente del Consiglio, carica che rivestì e tenne sino al 1852, quando gli successe il Cavour. Il d’Azeglio si ritirò allora dalla politica, ma Cavour seppe recuperarlo affidandogli varie missioni diplomatiche. Massimo D’Azeglio era genero di Alessandro Manzoni per avere sposato la di lui figlia Giulia.
NICOLA PENDE – Patologo e Clinico (n. a Noicottaro Bari, nel 1880) Laureatosi in Medicina a Roma, iniziò la sua attività nella Capitale, per passare successistrò vamente ad insegnare Clinica medica a Messina. Fu poi a Cagliari e a Bari (dove fu Rettore di quell’Università) e a Genova. Nel Capoluogo ligure egli fondò l’Istituto Biotipologico Ortogenico. Insegnò infine Patologia medica a Roma. La sua fama di Clinico si deve ai fondamentali studi sulle ghiandole endocrine affidati a numerosi, importanti trattati. Per chiara fama il Pende fu nominato Senatore del Regno nel 1933. Tra le innovazioni che egli introdusse afferenti la diagnostica è da porsi la cosiddetta “cartella di Pende”, in cui si annotano i dati della salute e le caratteristiche psico-fisiche del fanciullo.
VINCENZO BELLINI – Compositore (Catania, 1801 – Puteaux, Francia, 1835). Figlio d’arte anch’egli come Rossini, (il padre era maestro di cembalo e organista e gli insegnò i primi rudimenti dell’arte dei suoni) mostrò, fin dagli anni della fanciullezza, grande inclinazione per la musica, tanto da meritare dai duchi di Sammartino e da altri nobili catanesi, un assegno per completare gli studi a Napoli, dove ebbe maestri illustri (Furno, Conti, Tritto e N. Zingarelli, direttore del Conservatorio). Il giovane Bellini mostrò subito di prediligere autori come Haydn, l’effervescente Mozart e il giocoso Paisiello, ma fu attratto soprattutto da Pergolesi per una sorta di identità sia di stile che di sensibilità; e si mostrò recettivo anche dello spumeggiante genio rossiniano (e ne sarà ricambiato con una sorta di protezione) allorché poté ascoltare e vedere al “San Carlo” una riuscita edizione della “Semiramide”. Il giovane maestro non tardò a cimentarsi a sua volta nella composizione e mostrò presto di che pasta fosse con la romanza “Dolente immagine di Fille mia”, cui seguirono un’aria, una sinfonia, due messe, salmi e una cantata: “Ismene”. Rincuorato dal successo ottenuto con queste prove, affrontò le scene con l’opera “Adelson e Salvini” (1825: aveva, cioè 24 anni). A questa fece seguito “Bianca e Fernando” (1826) che ebbe un vivissimo successo. Ormai conosciuto e apprezzato, Bellini ebbe la commissione di musicare per la Scala di Milano “Il pirata” (1827) ove seppe affermare la sua delicata e idillica vena piena di sentimento, in tutta aderenza al testo poetico di Felice Romani, il poeta che poi scriverà i libretti delle sue opere, esclusi “I puritani”, opera di C. Pepoli. Sempre per la Scala compose quindi “La straniera” (che data 1829) la quale segnò per il musicista un successo clamoroso. Nello stesso 1829 compose inoltre “Zaira”, che però cadde; ma egli si rifece subito, l’anno successivo, con “I Capuleti e i Montecchi”, scritto per la Fenice di Venezia. Maturava intanto, con l’affinamento dell’estro, quell’autentico capolavoro che è “La sonnambula”, (scritto in appena 40 giorni) rappresentato al “Carcano” di Milano nel 1831; e nel medesimo anno Bellini sbalordì superando se stesso con l’immortale “Norma”; e di nuovo sorprese poco dopo con “I puritani”, data al Teatro degli Italiani di Parigi. Re Luigi Filippo, nell’occasione, gli conferì la Legion d’Onore, onorificenza, che, per regale designazione, gli fu presentata dall’ormai consacrato Gioacchino Rossini. Il maestro morì improvvisamente a 34 anni per la recrudescenza di un male inesorabile, a Puteaux, presso Parigi, dove s’era ritirato per comporre altri lavori destinati ad essere rappresentati al “S. Carlo” di Napoli.
UGO FOSCOLO – Poeta (Zante, Isole jonie, 1778 – Tumham Green, Londra, 1827). Nato di padre veneziano e di madre greca (il genitore era medico militare a Spalato) crebbe a Venezia, dove risiedette a lungo con la madre. Ma nel 1797, col trattato di Campoformido, si ebbe la cessione di Venezia all’Austria ed egli si trasferì a Milano. Risalgono a questo periodo i suoi contatti col Parini e con il Monti; fu poi ufficiale della guardia e rimase ferito ad una coscia in una scaramuccia a Cento di Ferrara. Fu in seguito col Gen. Massena e, in un viaggio al seguito di questi, a Firenze (1800) conobbe e amò Isabella Roncioni (ma, temperamento passionale, amò con pari impeto la Fagnani Arese) e sotto questi stimoli espresse i moti dell’animo con magnifici versi. Le donne ebbero infatti un ruolo dominante della sua vita. Tornato alle armi col grado di capitano partì per la Francia, e qui si innamorò di Sofia Emerytt, dalla quale ebbe una figlia, a nome Floriana. In quegli anni aveva ripreso e ultimato l’Ortis. Romantico, oltreché passionale, il Foscolo persegui ognora l’ideale amoroso, sicuramente ben consapevole della sua carica vitale. In tutta la sua non proprio lunga esistenza (mori infatti non ancora cinquantenne) egli inseguì un proprio ideale di bellezza; non si mostrò legato a interessi materiali e condusse, di fatto, una vita dispendiosa, finendo in squallida miseria; fu anzi incarcerato per debiti e costretto a gravissime umiliazioni. Ma la sua grandezza non risiede certo nella coerenza. Tra l’ideale femminino e gli impulsi guerreschi connessi all’amor patrio, che avvertì fortemente, visse un suo splendido momento di sensualità transumanata. E il sentimento del bello – lui, che non fu certo un Adone – ebbe in sé quale patrimonio genetico e l’avvertì nelle più risposte fibre come anelito supremo di passione. V’è da considerare che forse egli non trovo, in ultimo, incarnato compiutamente tale supremo ideale in una persona fisica, e proprio per questo dovette invano inseguirlo con costante ricerca; ma proprio per questo suo pressante andare scaturirono dall’animo quegli accenti di cui si gloria, nella posterità, il suo nome.
ANTONIO CANOVA – Scultore (Possagno -Treviso, 1757 – Venezia, 1822). Giovanissimo, pressoché fanciullo, fu messo al lavoro in una cava di marmo e fu visto nei ritagli di tempo, scolpire, più che per cognizione, per istinto, con buona mano. Tale attitudine, segnalata al Sen. Falier, gli valse la protezione di questi, che lo mise a studiare con G. Bernardi, detto “il Torretti”. Canova non tardò a rivelare la propria valentia nell’esecuzione di lavori vari di scultura, mostrando di prediligere la statuaria antica. Più tardi si perfezionò con lo studio dei classici nei musei di Roma, dove fu nel 1779. L’artista trevigiano conseguì rapidamente fama fin dalle sue prime opere, e ben presto fioccarono importanti ordinazioni. Di tale tempo sono la realizzazione di Teseo sul minotauro e i monumenti funebri a Clemente XIII e Clemente XIV. A questo punto le commissioni di lavoro si intensificarono ed egli divise il proprio tempo tra l’assiduo impegno scultoreo e frequenti puntate nel Veneto. La sua attività continuò intensa anche al tempo dell’invasione dell’Italia da parte dei Francesi; lo stesso Napoleone e la sua Corte lo preferirono ad altri rinomati scultori per quella sua chiara ispirazione al classicismo e quei suoi espliciti richiami alla romanità che ben si confacevano alla “grandeur” napoleonica. I suoi capolavori riempirono in breve le regge, le chiese, i cimiteri monumentali e presto si diffusero nel mondo. Il maestro fu infatti pure pittore; ma se si eccettua l’autoritratto custodito agli Uffizi, non dette qui prova di particolare incisività. Egli fu soprattutto l’osannato scultore della neo-classicità; amò infatti e s’impossessò dello spirito degli antichi, e seppe farne prodigiosamente rivivere la più riposta essenza; con lui l’arte greco-romana rivisse un’ultima grande stagione. Vanno ricordate, sia pure in una scorsa, come suol dirsi “a volo d’uccello” alcune tra le sue opere più celebri: la tomba dell’Alfieri in S. Croce, a Firenze, la colossale statua di Napoleone nudo nel cortile di Brera, a Milano, la celebrata figura di Paolina Borghese (Bonaparte) in atteggiamento di Venere vincitrice, la statua (seduta) di Madame Mère Letizia Bonaparte. Nel 1810 scolpi, a Parigi, il busto dell’Imperatrice Maria Luigia, indi, a Roma, l’Ercole e Liea, e quindi la Venere uscente dal bagno degli Uffizi e il Paride di Monaco. Canova torno a Parigi, dopo la caduta di Napoleone, per riportare indietro i tesori sottratti dal Bonaparte nei musei pontifici. Rientrato a Roma, scolpi le Tre Grazie, la Musa Polimnia, il Teseo che uccide il minotauro, le statue di Washington e di Pio VI. Sopraffatto da comprensibile stanchezza, avverti l’irrefrenabile impulso di far ritorno al proprio paesello, ma non poté giungervi; la morte lo colse infatti in Venezia. Aveva 65 anni.
FERENC (FRANZ) LISZT – Pianista e compositore ungherese (Raiding, Burgenland, 1811 – Bayreuth, 1886). Pianista prodigioso, esordì giovanissimo e subito riscosse l’ammirazione dello stesso Beethoven. Nel 1821 fu inviato a Vienna per studiarvi appunto pianoforte con C. Czerny e teoria con A. Salieri e pure qui poté collezionare successi strepitosi con le sue esibizioni. Completati in seguito gli studi a Parigi, avendo pure nella “Villa Lumiere” per insegnanti celebrati musicisti, intraprese una serie di viaggi artistici che, confermando l’eccezionale suo valore sotto le più diverse latitudini, lo additarono come il più grande tra i pianisti. Risale a questo tempo la sua relazione con la contessa Sofia d’Agoult (in arte Daniel Stern, scrittrice) con la partiquale visse a Ginevra. Dall’Agoult egli ebbe tre figli, tra cui Cosima, (che Wagner doveva sposare in seconde nozze). Nel 1839 Listz riprese la serie dei concerti cogliendo ovunque memorabili successi, contrassegnati molto spesso da un entusiasmo spinto fino al fanatismo. In seguito, dal 1847 al 1861, fu Kapell- maister straordinario alla Corte di Weimar, che, per sua iniziativa, divenne centro di innovazioni musicali di grande respiro e di risonanza extraeuropea. E’ questo il tempo dei 12 poemi sinfonici e delle sinfonie Dante e Faust. Nel ‘61 venne a Roma, mosso dall’intento di dedicarsi all’arte sacra e in quell’occasione Pio IX gli conferì la dignità e il titolo di Abate. A Roma si trattenne fino al 1870. Listz trascorse gli ultimi anni della sua vita tra Roma, Weimar e Pest, sempre osannato da allievi e ammiratori. Esecutore sommo e compositore apprezzabile, lasciò, per tecnica e valore innovativo nell’impiego del pianoforte, un’impronta indelebile. Sono attuali anche ai giorni nostri le celebri rapsodie ungheresi del maestro. Egli fu peraltro innovatore pure con i suoi oratori, nel campo della musica sacra, puntando sull’efficacia, sull’interiorità morale, nonché sull’indiscussa suggestione dei suoni a contraltare di quelli che sogliono definirsi “i mezzi esteriori”.
BENEDETTO CROCE – Filosofo, storico e critico (Pescasseroli, Aquila, 1861 Napoli, 1952). L’assunto di fondo del pensiero crociano sta nell’assioma secondo il quale “La forma etica è attuazione dell’universale della realtà e avviene nel particolare; essa trova la sua massima espressione nella libertà”. Tale concetto ha guidato il Croce anche nella sua attività politica e nella non condivisione dell’idea fascista. “La storia, che non può essere universale esteriormente – egli afferma – ha il proprio carattere di conoscenza dell’universale attraverso l’indagine del particolare. Occorre inoltre – sostiene sempre il Croce – che la storia non venga trattata come una scienza naturale, perché è l’espressione stessa dello Spirito e non indice di categorie, non classificazione esteriore”. E in punto di estetica. Con l’arte “primo momento della spiritualità” (il momento estetico) lo spirito pone il mondo esterno e lo fa esistere proprio nell’esprimerlo. L’arte è pertanto intuizione, e da tale è indipendente dal pensiero, cosicché in essa viene a realizzarsi un momento della coscienza intuitiva distinto dalla logica. E qui entra in ballo allora la fantasia, la quale ha per tramite la conoscenza intuitiva che saggia l’individuale producendo immagini, mentre la conoscenza logica attinta attraverso l’intelletto, permette di conoscere l’universale col produrre concetti. Ne consegue che “il sentimento sta alla base dell’intuizione e quindi la “liricità” (sentimento) è condizione dell’arte, che non nasce dalle idee ma dai movimenti appassionati dell’animo umano”. Trascurando ora, per esigenze di concisione, la teoria crociana del bello e del brutto (altro capitolo estremamente interessante) si perviene alle forme fondamentali di espressione che, a detta del
Maestro, sono quattro: – l’espressione sentimentale immediata; – l’espressione poetica; – l’espressione prosastica; – l’espressione oratoria. E a conclusione del lungo discorso che Egli propone sul concetto del’Arte, si ricava l’assioma secondo cui “L’arte più alta è anche l’arte più morale”; così come non esistono distinzioni o classificazioni in poesia, “perché la poesia, quando è tale, è solo poesia”.
GIOVANNI GENTILE – Filosofo e politico (Castelvetrano, Trapani, 1875 – Firenze, 1944). Più che alla sua movimentata vita di pensatore, docente universitario e ministro (si deve a lui la famosa riforma della scuola 1922/24), converrà rifarsi qui ad una sintesi del peculiare suo pensiero, quello stesso che lo portò a separarsi dal Croce col quale aveva prima intrattenuto un lungo e proficuo sodalizio culturale e operativo. Con la riforma gentiliana la vecchia preparazione manualistica allora in uso nella scuola italiana, veniva sostituita da una impostazione formativa degli studi col contatto diretto degli autori e veniva riconosciuta importanza all’educazione estetica e religiosa in antitesi ad alcuni aspetti dell’indirizzo tradizionale. Il pensiero politico del Gentile appare quindi legato intimamente alla sua visione di storico della cultura, oltreché della filosofia. Il Risorgimento fu in sostanza, per lui, l’inizio di una più attiva partecipazione dell’individuo alla vita collettiva nella quale si realizza il destino di esso; vita che è lo stesso processo della storia nella concreta realtà sociale della Famiglia, della Patria, dell’Umanità. Tutto ciò in opposizione all’esasperato individualismo del Rinascimento, che a suo parere, non giovò all’Italia. In via discendente egli attribuisce così al Fascismo il ruolo e la funzione di continuatore di questa tendenza, mirando in ogni caso a temperare gli spunti di faziosità per quel sentimento di libertà della cultura che ebbe vivissimo. Postosi fuori dalla politica già nel 24, vi tornò e in avanscoperta nel 1943, quando si profilò l’opportunità di appellarsi a tutte le forze per la salvezza della Nazione, e ciò al di sopra di ogni tempesta. E questo gli costò la vita, a Firenze, per mano di attivisti di una cellula politica comunista. (Nel capoluogo toscano egli si era trasferito avendo accettato la carica di Presidente dell’Accademia d’Italia, colà spostata in quel drammatico tempo). In questo il grande pensatore fu coerente con la dottrina che aveva seguito per tutta l’esistenza.
BENEDETTO CROCE – Filosofo, storico e critico (Pescasseroli, Aquila, 1861 Napoli, 1952). L’assunto di fondo del pensiero crociano sta nell’assioma secondo il quale “La forma etica è attuazione dell’universale della realtà e avviene nel particolare; essa trova la sua massima espressione nella libertà”. Tale concetto ha guidato il Croce anche nella sua attività politica e nella non condivisione dell’idea fascista. “La storia, che non può essere universale esteriormente – egli afferma – ha il proprio carattere di conoscenza dell’universale attraverso l’indagine del particolare. Occorre inoltre – sostiene sempre il Croce – che la storia non venga trattata come una scienza naturale, perché è l’espressione stessa dello Spirito e non indice di categorie, non classificazione esteriore”. E in punto di estetica. Con l’arte “primo momento della spiritualità” (il momento estetico) lo spirito pone il mondo esterno e lo fa esistere proprio nell’esprimerlo. L’arte è pertanto intuizione, e da tale è indipendente dal pensiero, cosicché in essa viene a realizzarsi un momento della coscienza intuitiva distinto dalla logica. E qui entra in ballo allora la fantasia, la quale ha per tramite la conoscenza intuitiva che saggia l’individuale producendo immagini, mentre la conoscenza logica attinta attraverso l’intelletto, permette di conoscere l’universale col produrre concetti. Ne consegue che “il sentimento sta alla base dell’intuizione e quindi la “liricità” (sentimento) è condizione dell’arte, che non nasce dalle idee ma dai movimenti appassionati dell’animo umano”. Trascurando ora, per esigenze di concisione, la teoria crociana del bello e del brutto (altro capitolo estremamente interessante) si perviene alle forme fondamentali di espressione che, a detta del
Maestro, sono quattro: – l’espressione sentimentale immediata; – l’espressione poetica; – l’espressione prosastica; – l’espressione oratoria. E a conclusione del lungo discorso che Egli propone sul concetto del’Arte, si ricava l’assioma secondo cui “L’arte più alta è anche l’arte più morale”; così come non esistono distinzioni o classificazioni in poesia, “perché la poesia, quando è tale, è solo poesia”.
GIOVANNI GENTILE – Filosofo e politico (Castelvetrano, Trapani, 1875 – Firenze, 1944). Più che alla sua movimentata vita di pensatore, docente universitario e ministro (si deve a lui la famosa riforma della scuola 1922/24), converrà rifarsi qui ad una sintesi del peculiare suo pensiero, quello stesso che lo portò a separarsi dal Croce col quale aveva prima intrattenuto un lungo e proficuo sodalizio culturale e operativo. Con la riforma gentiliana la vecchia preparazione manualistica allora in uso nella scuola italiana, veniva sostituita da una impostazione formativa degli studi col contatto diretto degli autori e veniva riconosciuta importanza all’educazione estetica e religiosa in antitesi ad alcuni aspetti dell’indirizzo tradizionale. Il pensiero politico del Gentile appare quindi legato intimamente alla sua visione di storico della cultura, oltreché della filosofia. Il Risorgimento fu in sostanza, per lui, l’inizio di una più attiva partecipazione dell’individuo alla vita collettiva nella quale si realizza il destino di esso; vita che è lo stesso processo della storia nella concreta realtà sociale della Famiglia, della Patria, dell’Umanità. Tutto ciò in opposizione all’esasperato individualismo del Rinascimento, che a suo parere, non giovò all’Italia. In via discendente egli attribuisce così al Fascismo il ruolo e la funzione di continuatore di questa tendenza, mirando in ogni caso a temperare gli spunti di faziosità per quel sentimento di libertà della cultura che ebbe vivissimo. Postosi fuori dalla politica già nel 24, vi tornò e in avanscoperta nel 1943, quando si profilò l’opportunità di appellarsi a tutte le forze per la salvezza della Nazione, e ciò al di sopra di ogni tempesta. E questo gli costò la vita, a Firenze, per mano di attivisti di una cellula politica comunista. (Nel capoluogo toscano egli si era trasferito avendo accettato la carica di Presidente dell’Accademia d’Italia, colà spostata in quel drammatico tempo). In questo il grande pensatore fu coerente con la dottrina che aveva seguito per tutta l’esistenza.
GUGLIELMO MARCONI – Marchese e “Sir” Senatore del Regno (Bologna, 1876 – Roma, 1937). Scienziato e inventore – si deve a lui l’invenzione e la messa a punto della Radio, che realizzò superando non poche difficoltà, dando prova di grande volontà, determinazione e consapevolezza.
Ventenne appena, alla morte del fisico Hertz si interessò alle esperienze di questi, e da tali cognizioni trasse l’ispirazione per quei suoi lavori sulle onde elettromagnetiche, sulle quali doveva poi impegnarsi per tutta la vita. Studiata la propagazione di dette onde, egli si impegnò, nella casa paterna di Pontecchio nel Bolognese, sul come “catturarle”. A tale scopo mise in atto esperimenti rudimentali di segnali, dapprima su brevi distanze e in locali chiusi, poi da versante a versante di monte e, in progressione, da terraferma a bastimento in navigazione costiera, e viceversa.
Agevolato in seguito dall’interessamento di W. H. Preece, ingegnere ed elettrotecnico, capo del Sistema telegrafico postale inglese, che aveva intuito il portato pratico dell’invenzione del Marconi, su consiglio anche della madre, (che era irlandese), egli andò a continuare le proprie esperienze in Inghilterra; e qui poté stabilire, nel 1887, un contatto tra la Regina Vittoria, che si trovava in terraferma, col Principe di Galles, in navigazione sul panfilo reale, risultato clamoroso, che giovò molto alla popolarità dell’invenzione e, naturalmente, all’inventore.
A soli 22 anni Marconi poté depositare così il suo primo brevetto; l’anno successivo costituì la “Marconi’s Wireless Telegraph and Signal Company”. In quel tempo si realizzò, grazie al radiotelegrafo il primo salvataggio nella Manica.
Nel 1895 fu in America, negli U.S.A., dove eseguì un collegamento pubblico; nel 1901 egli sperimentò la Stazione attraverso l’Atlantico: l’apparato trasmittente, della potenza di 25 Kw., era posto a Poldhu Cove in Cornovaglia, quello ricevente era situato a St. Johns di Terranova. Per mezzo di una cuffia e di un “coherer” il 12 dicembre di quell’anno furono ricevuti i primi SOS attraverso l’Atlantico, e per Marconi furono fama e gloria. Nel 1909 gli fu attribuito il “Nobel” per la Fisica; qualche anno dopo 706 superstiti del “Titanic” dovevano la loro salvezza alla radio. Anche per questo l’Inghilterra lo creò baronetto, e Vittorio Emanuele III, re d’Italia, lo insignì del titolo di Marchese e lo fece Senatore del regno.
ENRICO FERMI – Fisico, scienziato di fama mondiale (Roma, 1901 – Chicago, 1954). Ingegno assai precoce, si rivelò presto, nel corso degli studi, grande matematico, primo sempre nel risolvere i problemi più complessi. Egli proseguì nella sua preparazione meritando borse di studio e vincendo sistematicamente i concorsi di ammissione ai corsi superiori o agli istituti più qualificati. Uscì così dalla Scuola Superiore di Pisa, nel 1922 a ventuno anni, laureato in Fisica sperimentale.
Sempre fruendo di borse di studio andò poi in Germania, presso fisici di grande prestigio. Iniziò in tal modo i passaggi alle più prestigiose Cattedre di fisica matematica e meccanica razionale. Nel 1928, a soli 27 anni, fu nominato Accademico d’Italia (ed era già membro della Tiberina). Era ormai famoso in tutto il mondo e fioccarono pertanto gli inviti a tenere conferenze e lezioni all’estero. Fu così alla Sorbona e all’Università di Ann Arbor, nel Michigan, e nel 1934 intraprese un ampio giro per l’America del Sud.
E’ di quel periodo l’attribuzione al Fermi del Premio Nobel per la Fisica. I primi fermenti razziali lo indussero, di lì a poco, a mettere al sicuro la famiglia; si trasferì allora negli U.S.A. accettando la Cattedra alla Colombia University di New York, fatto, questo, che segnò l’inizio di una fase di eccezionali sperimentazioni, stanti i poderosi mezzi di ricerca avuti a disposizione, nell’intento di ottenere lo svolgimento artificiale dell’energia nucleare. Così, sotto la sua direzione, alla fine del 1942, entrò in funzione la prima pila atomica o reattore nucleare, da lui inventata. Per concisione converrà rilevare come gli studiosi abbiano abbinato il nome di Fermi a quello non meno grande di Alessandro Volta, i quali, con le loro invenzioni hanno schiuso all’umanità, rispettivamente, l’uso dell’energia elettrica e di quella nucleare. Fermi ebbe in quell’occasione la Medaglia d’oro al merito del Congresso degli U.S.A., onore con il quale si intese premiare la genialità dello scienziato che con sagacia e con alta intelligenza era pervenuto all’importantissima scoperta della scissione dell’atomo d’uranio e delle reazioni a catena accompagnate dallo sviluppo di enormi quantità di energia, che egli, riuscì a fare svolgere in maniera controllata nella sua “pila”.
MARIA (SKLODOWSKA) CURIE – (Varsavia, 1887 – Sancellemoz, 1934) – Fisica franco-polacca, consorte dello scienziato Pierre Curie (1859-1906) e sua collaboratrice. Pierre Curie fu tra gli scopritori della radioattività, in ciò coadiuvato dalla moglie. Egli studiò i fenomeni piezoelettrici e iniziò le ricerche sui minerali radioattivi. Durante le sue sperimentasperimentaioni trovò che la radioattività della pechblenda, minerale di uranio, era cinque volte maggiore dell’uranio puro e pervenne alla conclusione che ciò si dovesse alla presenza di un elemento più radioattivo dell’uranio stesso. I due Curie, cercarono allora insieme di isolare tale elemento, ancora sconosciuto, contenuto, come si è detto, nel minerale. Attraverso il frazionamento metodico del materiale – lavoro che comportò anni di ricerche – riuscirono alla fine a concentrare l’elemento ignoto; e continuando a separare dalla pechblenda del cloruro di bario fortemente radioattivo, pervennero dopo anni ed anni, all’isolamento del bromuro e del cloruro del nuovo elemento, che denominarono Radio. Basti pensare, al riguardo, che da una tonnellata di pechblenda essi ottennero solo un decigrammo di radio; ma con questo poterono comunque accertarne le proprietà fisiche e chimiche. Per l’enorme importanza della loro scoperta scientifica, i Curie ebbero, nel 1903, il “Nobel” per la Fisica. Venuto a morte il prof. Pierre per incidente stradale, Maria continuando da sola le ricerche, riuscì ad isolare, nel 1910, il radio metallico. Ella sostituì il marito nella Cattedra alla Sorbona e nel 1911, per gli indiscussi meriti, le fu conferito il Premio Nobel per la Chimica. Durante la prima guerra mondiale Maria Curie organizzò il Servizio radiologico dell’esercito francese istituendo duecento posti fissi e allestendo vetture radiologiche. Proposta per la Legion d’Onore, rifiutò per modestia, per ben due volte, l’onorificenza; accettò però di far parte della Commissione internazionale di Cooperazione intellettuale della Società delle Nazioni, della quale Commissione fu vice Presidente. Morì per le conseguenze del lungo assorbimento di radiazioni da corpi radioattivi, come si è premesso, nel 1934.
GIULIO NATTA nacque il 26 febbraio 1903 a Imperia. Nel 1924 ottenne la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Milano e tre anni dopo ebbe la libera docenza. Nel 1923 fu nominato professore ordinario e direttore dell’Istituto di Chimica generale all’Università di Pavia, dove rimase fino al 1935. Dal 1935 al 37 fu professore ordinario e direttore all’Istituto di chimica-fisica all’Università di Roma e, dal 1937 al 1938, dell’Istituto di chimica industriale del Politecnico di Torino, per passare poi all’Istituto di Chimica industriale del Politecnico di Milano. All’inizio della sua carriera, Natta si dedicò allo studio della struttura dei solidi mediante i raggi X e alla diffrazione di elettroni. Si occupò successivamente dello studio dei catalizzatori e, dal 1934, anche dello studio della struttura di alcuni alti polimeri organici. Attraverso i lavori di ricerca cinetica eseguiti sulla sintesi del metanolo, dell’idrogenazione selettiva di composti organici insaturi, dell’oxosintesi, riuscì a chiarire il meccanismo di tali reazioni e a migliorare la selettività dei catalizzatori. Nel 1938 Natta iniziò lo studio della produzione di gomma sintetica in Italia; diede il suo contributo ai lavori di ricerca sul butadiene-1 mediante un nuovo metodo di distillazione estrattiva. Nel 1938 intraprese inoltre lo studio della polimerizzazione delle olefine e la cinetica delle reazioni successive concorrenti, studi che nel 1953 estese alla polimerizzazione stereospecifica, scoprendo così nuove classi di polimeri con struttura stericamente ordinata, cioè polimeri isotattici, sindiotattici e disotattici e polimeri e copolimeri olefinici lineari non ramificati con struttura tattica (stericamente non ordinata). Questi studi, sviluppati industrialmente nei laboratori della Montedison, hanno portato alla realizzazione di una famosa sostanza termoplastica: il polipropilene isotattico, da cui sono derivati il “meraklon” e il più noto “moplen”, prodotti per la prima volta nel mondo su scala industriale nel 1957, nello Stabilimento Montedison di Ferrara. Dopo aver realizzato altre importanti scoperte, lo studioso perfezionò le sue ricerche per strade diverse, realizzando la sintesi di elastomeri completamente nuovi. La sua attività scientifica e tecnica è documentata da oltre quattrocento pubblicazioni, di cui 250 circa nel campo dei polimeri stereoregolari e da un gran numero di brevetti in molti paesi. La sua imponente opera di ricerca (e conseguenti realizzazioni) coronata da una gran serie di riconoscimenti Italiani ed esteri da parte di accademie, sodalizi scientifici, lauree honoris causa di parecchie università, culminò, nel 1963 col “Nobel” per la Chimica. La stessa URSS gli decretò massime onorificenze al merito scientifico. Natta ha lavorato senza sosta fino alla conclusione della sua laboriosa esistenza, avvenuta nel maggio del 1979, all’età di 76 anni.
SALVATORE QUASIMODO – Poeta (Siracusa, 1901 – Napoli, 1968). La poesia – a dirla con gli Antichi – raramente dà pane. Così Quasimodo fu dapprima funzionario del Genio Civile in diverse città, e si stabili successivamente a Milano, dove insegnò letteratura italiana nel Conservatorio di musica. Nel 1959 ebbe il Premio Nobel per la letteratura. Al pari di Ungaretti e di Montale, appartenne alla corrente dei “poeti ermetici” ma le sue poesie si distinguono, in ogni caso, per la profonda umanità dei sentimenti, espressi con significativi concetti allegorici. Buon traduttore dei lirici greci (grecità feconda della sua terra sicula!) si cimentò pure nel latino e nell’inglese, con traduzioni da Virgilio e Shakespeare, nonché nel Vangelo secondo Giovanni. Da citare due tra le sue opere più note: “Giorno dopo giorno” e “Ed è subito sera”.
LORENZO PEROSI – Compositore e organista (Tortona, 1872 – Roma, 1956). Avviato alla musica dal padre, Giuseppe, che per quarant’anni fu maestro di Cappella nella Cattedrale di Cremona, si perfezionò, in seguito, al Conservatorio di Milano, seguendo contemporaneamente gli studi di seminarista. Sacerdote a 23 anni, poté continuare gli studi musicali a Ratisbona sotto la guida di Halerl. Fu in seguito direttore di cappella a Imola, quindi in S. Marco a Venezia, e infine, per decreto di Papa Leone XIII, venne nominato direttore perpetuo della Cappella Sistina in Vaticano. Compositore fecondo, versato soprattutto nel genere degli Oratori, che riscossero grande e universale successo, ha lasciato poemi sinfonici corali di grande respiro, “cantate” oltre trenta messe e varia musica strumentale. Non fu sostanzialmente un riformatore, legato come era e rimase alla tradizione musicale di fine Ottocento; ma nelle sue pagine si rileva un candido calore dell’animo, in cui si esaltano i sentiti valori della Liturgia.
GIOVANNI PAPINI, scrittore (Firenze, 1881, ivi 1958). Giornalista, polemista severo, critico, novelliere e romanziere; tale il quadro della – secondo taluni – controversa personalità di quest’uomo geniale e versatile. Spirito forte, provocatore, intraprese insieme con Prezzolini, la via del giornalismo letterario e si dette, ai suoi inizi, a varie avventure spiritual-letterarie, orientandosi, di poi, su quelle scabre ma incisive prose toscane dalle quali attinse rapidamente celebrità. Addirittura clamorosa fu poi la sua conversione al Cristianesimo, che aveva dapprima discusso. Da questo momento, forse fondamentale nella sua vita di uomo e di scrittore, egli alternerà prose “serafiche” ad accenti di tutta crudezza, in cui non sempre – o, almeno, in talune – si coglie sincerità; o altre in cui sembra quasi venir meno la validità espressiva. A tratti parrà a taluno che egli, più che a creare, sia impegnato, se non proprio a distruggere, senza meno a demolire. Ma ecco farsi strada in varie sue opere la figura di un ciclope – è stato rilevato – che combatte l’incombente cecità e che lavorando e applicandosi con tenacia – e si comprendono a questo punto i patemi, le reazioni e le difficoltà – contrasta, con ogni forza, quel male terribile che, alla fine, avrà la meglio su di lui. Ma sulla grande mole di lavoro che egli riesce comunque a sviluppare, primeggerà alla fine, postumo, il suo, per concezione, titanico “Giudizio Universale” cui aveva lavorato, con frequenti distacchi, che da taluno furono giudicati “disaffezioni” – (e questo forse per l’immane portata del disegno) – fin dal’inizio del secolo stendendo appunti e vergando pagine su pagine. In esso il Papini cattolico scioglie un canto elegiaco al Creatore col fare confessare i suoi personaggi, in gran parte immaginari, ma pur sempre “incarnabili” in soggetti esistenti (o esistiti) restituendoli alla vita estrema, dopo l’annientamento della morte. Contraddittorio, dunque, e forse per l’urgere tumultuoso di alti pensieri che si affacciavano caoticamente al suo inquieto spirito; ma in ogni caso geniale, e profondamente geniale, per l’alto livello di quell’intenso suo sentire e soprattutto per quel suo intendere e rendere l’enigma umano in un ampio caleidoscopio di raffinata sensibilità.
GIACOMO MANZÙ (pseudonimo di Giacomo Manzoni) – Scultore (Bergamo, 1906). Già insegnante di scultura nell’Accademia di Belle Arti di Milano, artista delle arti plastiche di grande rilievo, parve ispirarsi in quella che può dirsi la sua prima “maniera”, alla scultura impressionista del celebrato Medardo Rosso, dal quale peraltro in breve si distaccò per seguire proprie espressioni, mai disgiunte, tuttavia, dalla sistematica ricerca di una luminosità espressa dall’evolvere delle forme. Senza mai ripudiare l’esperienza dei classici, ma avendo di mira il filone delle realizzazioni “tradizionali”, il Manzù ha saputo battere una propria strada, animato e mosso da una sua ispirazione che può definirsi delicata oltreché sensibile, e sorretta da un’ottima cultura di fondo. I precetti della spazialità e della forma si fondono armonicamente nelle sue opere, creando solitamente effetti di tutta suggestione e di intensa luminosità propriamente materica; elementi, questi, che pure nell’ampia dimensione dell’elaborato, si mantengono costanti, venendo in tal modo a costituire il pregio del suo indiscusso talento. Ne sono esempi classici le porte di varie basiliche, a far capo da quella detta “della Morte” di S. Pietro, in Roma.
BENIAMINO GIGLI – Cantante lirico (Recanati, Macerata, 1890 – Roma, 1957). Completati gli studi musicali a Roma sotto buoni maestri, Gigli debuttò con successo a Rovigo nel 1914, con la “Gioconda” di Ponchielli. Da quel momento intraprese quella carriera che lo portò trionfalmente, col suo ampio repertorio, su tutti i maggiori palcoscenici del mondo, acclamato ovunque per la sua delicata e particolarissima voce, che aveva avuto agli inizi il privilegio di un viatico eccezionale. Ventenne appena, infatti, Gigli, accompagnato da un autorevole suo maestro di canto, aveva ottenuto un’audizione da Giacomo Puccini. Con animo comprensibilmente trepidante il giovane si era recato quel giorno a Torre del Lago, in casa del celebrato Maestro, che gli apparve, sì, cortese, ma con misura e che a lui sembrò si apprestasse ad ascoltarlo non senza un po’ di corruccio e “noia”. E in tale atteggiamento parve al Gigli che il Maestro si contenesse per la durata dell’audizione. Quando nell’ampia stanza si dissolse l’ultima nota, Puccini si mantenne per qualche tempo concentrato: una sfinge. Gigli, che lo spiava con apprensione, pensò ad un fiasco. Ma Puccini si levò in piedi di slancio e l’apostrofò con enfasi: “Ma chi sei?… Ma tu sei un angelo!” Con quel viatico, appunto, ultimati gli studi, il giovane Gigli “partì”, e tenne per suo propiziante oracolo il grande musicista toscano.
KARL VON FRISCH – Zoologo (Vienna, 1886). Naturalista di talento, fu insegnante, appunto di scienze naturali, nelle università di Rostok, Breslavia, Graz e Monaco di Baviera. Nei suoi studi e nelle sue sagaci sperimentazioni – che gli valsero il “Nobel” – Frisch si è occupato particolarmente della fisiologia sensoriale dei pesci e delle api; sulle api ha precipuamente indagato e compiuto esperimenti pratici che hanno dimostrato la capacità di questi industriosi insetti nel campo della individuazione dei colori, dell’orientamento e della possibilità di comunicazione tra i diversi individui.
Ha lasciato, su questi ed altri argomenti, varie pubblicazioni di grande interesse.
